La mostra dell’artista italo-francese Jean-Marie Barotte è promossa dalla Fondazione Stelline in collaborazione con l’Associazione Culturale T.Art e con il patrocinio dell’Institut français Milano. Catalogo Silvana Editoriale.

 

La personale, curata da Chiara Gatti, è ricca di un centinaio di opere fra pezzi storici e lavori recenti e indaga la riflessione di un autore che ha saputo coniugare pittura e letteratura, ragionando sempre sul doppio registro del colore e della parola. Parola spesso intesa come evocazione di una scrittura dell’anima, di un messaggio inconscio, di una calligrafia arcaica, tracciata nella polvere della materia e depositata sulla tela. Materia che, come suggerisce il titolo della mostra, è cenere, è il risultato di una combustione lenta, di un processo di erosione, cancellazione e trasformazione di una sostanza in un’altra. Pensando al testo «Feu la cendre» del filosofo francese Jacques Derrida (tradotto, nell’edizione italiana, come Ciò che resta del fuoco), Jean-Marie Barotte  utilizza la scrittura poetica e filosofica come detonatore pittorico affidando all’immagine la trascrizione di ciò che è stato “dato al fuoco”, resti di una memoria, dove frammenti di parole, di nomi, di lettere affiorano come reperti, indizi o ferite. In composizioni piccole come breviari o più ampie, spaziali come alcune installazioni ideate in funzione della mostra milanese.

Fluttuando fra carte e tele in cui l’istinto astratto va di pari passo con la citazione colta, si scoprono altri legami, con l’opera letteraria di Edmond Jabes, Paul Celan, oltre al percorso spirituale di Juan de la Cruz al cui celebre poema La noche oscura Barotte ha dedicato un ciclo di dipinti dal  retrogusto esistenziale.

 

Jean-Marie Barotte, nato a Milano nel 1954. Dopo una lunga esperienza nel teatro come attore nel gruppo ‘Cricot 2’ del regista e pittore Tadeusz Kantor, matura la decisione di dedicarsi alla pittura come sua nuova forma di espressione. Partendo da opere letterarie  poetiche e filosofiche la sua pittura prende la forma di una meditazione. L’artista sposa la sua doppia origine, in bilico fra Italia e Francia, terre e culture ugualmente presenti nella sua formazione, mai disgiunte in trent’anni di ricerca inesausta.


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